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  • Immagine del redattoreBeatrice Melocco

Verticale "Kai" Paraschos: l'evoluzione del Friulano senza solfiti che divide l'opinione pubblica


Recentemente definita come la Regione dei “Super Whites”, il Friuli Venezia Giulia - e in particolar modo il Collio - è sicuramente terra di grandi vini bianchi, profondi e dalla struttura importante.


Tra questi si colloca, senza alcun dubbio, anche la famiglia Paraschos: di origine greca ma dall’anima ormai friulana, radicata nel Collio Goriziano.


La loro storia nel mondo del vino inizia verso la fine degli anni Ottanta, quando Evangelos acquista due ettari di terra vicino ad Oslavia - considerata la "culla" dei vini macerati - e, nel 1989, presenta - con un pizzico di orgoglio - la sua prima etichetta.


Da lì, da quel momento, inizia la ricerca della riconoscibilità. Evangelos - e poi anche i suoi figli Alexis e Jannis - apprende dai “Grandi Maestri” di Oslavia, Stanko Radikon e Josko Gravner, le migliori tecniche di macerazione, "inseguendo" la propria identità produttiva.

 

Così, nel 2003, decide di “cambiare rotta”.




 

Fermentazioni lente, zero chimica e macerazione sulle bucce: l'anima "naturale e selvaggia" dei vini Paraschos


Dopo un’estate eccezionalmente calda, l’uva raggiunge un livello di maturazione ideale: non ci sono malattie o parassiti e le condizioni per la vinificazione risultano pressoché perfette.


Ed è proprio in questo momento che Evangelos decide di concentrarsi sulle "fermentazioni lente" e sull’abolizione dei "chimici", perfezionando ulteriormente il processo di macerazione sulle bucce.


Complice di questa (radicale) trasformazione c’è anche la costruzione di una nuova cantina: interrata e più moderna, dove la temperatura si mantiene “naturalmente” entro gli 11°C, ricreando le condizioni perfette per il processo fermentativo.




 

Verticale Friulano Macerato "Kai": il tempo smussa le asperità


L’approfondimento della serata verte sul “Kai”, un Friulano Giallo in purezza - proveniente da un unico vigneto del 1936 - che, in punta di piedi, si allontana dagli aromi più "caratteristici ed attesi" legati alla varietà, per esaltare - anche all'olfatto - la sua (importante) mineralità, coerentemente con la composizione dei suoli.


Una serie di assaggi, dal 2020 al 2009, divisi in due batterie: le prime tre annate, quelle più recenti, sono accomunate dallo stesso processo di vinificazione (2/3 giorni di macerazione sulle bucce ed una "pressatura soffice"); le altre tre, invece, si distinguono per il differente approccio in cantina e sono il risultato di una fervente attività di sperimentazione.





Prima Batteria: stesso metodo di vinificazione, evidente impatto dell'annata


L’ annata "più giovane", la 2020, si presenta con acidità e sapidità prorompenti, accompagnate da una riconoscibile nota di limone; annata che Jannis Paraschos definisce di “grande equilibrio” - per l'alternarsi favorevole di piogge e siccità.

Un vino che, fra qualche anno, "darà il meglio di sè".


La 2019, invece, è stata un'annata calda, contraddistinta da un'estate torrida, che influisce anche sulle caratteristiche gusto-olfattive del vino: complessità, struttura e un affascinante susseguirsi di sfumature fruttate, dall'albicocca - fresca ed in succo - alla pesca e, quindi, alla papaya candita.


La 2018 è l'annata dell'abbondanza: in termini di resa/ha, pari a 60/70 qt/ha contro una media di 40/50 qt/ha. Un vino snello, schietto e meno articolato, con richiami al timo, allo zenzero fresco e anche al pepe bianco.





Seconda Batteria: diverso approccio in cantina, prove continue

 

La seconda “batteria” di degustazioni inizia con la 2017, considerata un'annata particolarmente "ostica" in Friuli Venezia Giulia e contraddistinta da abbondanti piogge primaverili, un intenso calore estivo e ancora forti temporali durante il periodo della vendemmia.

Vengono selezionati solo i grappoli più maturi e la macerazione sulle bucce si protrae per 7 giorni.

Un vino “smilzo”, che risente di una stagione evidentemente sofferta, sia gustativamente che olfattivamente parlando.


Al contrario, la 2016, è stata una annata decisamente più equilibrata: da ricordare. Nel calice, infatti, ritroviamo l’albicocca, la pesca, il fieno e una piacevole nota di zafferano.


Conclude la degustazione la 2009: un'esplosione di profumi. Un vino “orientaleggiante”, che ci rimanda subito alla Medina di Marrakech: mango essiccato, curcuma, zenzero e incenso la fanno da padroni.




 

Tirando le somme, questi vini - seppur possano non incontrare il consenso della massa - sanno distinguersi in fatto di autenticità e personalità.


Quelli di Paraschos, dunque, sono dei vini "artigianali" - nel senso più bello del termine - che trovano la loro migliore collocazione nell'Alta Ristorazione, abbinati ad ingredienti ricercati, anche insoliti; vini che meritano di essere scoperti e raccontati.

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